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AzO to.

25Mag08

C’è un posto

spalmato a riquadri neri e vuoti sulle pareti

ma la testa sa che

ovunque, e non potrebbe essere altrimenti

i contorni si legano sinuosamente

ed è cosi pieno che

quasi non c’entra più un corpo.

So già come sarà

sparire

alimentatore

appeso chiodi e sudore sul bordo della scatola

solo se conviene

si può restare connessi

e poi

dimenticarsene.

Gli omini dei traslochi scavalcano le recinzioni

c’è uno con in mano un pitone imbalsamato

in salamoia e pianto

c’è un senso?

Tutto è perfetto

lo specchio mi vede

ma è dentro me che

si sentì scoppiare una bolla di vuoto

NON SI POSSONO VINCERE GUERRE COSì.


Auguro all'equilibrista, che, badate bene, rimane pur sempre l'unico in grado di sorreggerne il peso. Ridacchia. L'equilibrista. Sembra non curarsi, e in questo non posso che dargli ragione, dei problemi che un uomo della sua età solidifica e, piangendo, scrosta via dal fondo della pancia. L'equilibrista è sicuro, una corda e il niente. Volge per un istante lo sguardo alla parte destra della platea, poi , d'un tratto, i legamenti e i nervi del collo sinuosamente si torcono, fluido, seta nell'aria. Le ginocchia si flettono verso l'impatto, e, magicamente, sparire. Coriandoli. Un gusto nuovo nel sentirsi, di nuovo, appeso. E per nulla intenzionato alla stabilità. 



Assomiglio a mia nonna. Non riesco a frenare il bisogno di bene verso il prossimo. Mi cola lungo la schiena lasciando solo la schiuma ed il ricordo della neve. Non so chi mi fa fare questo.
Io non so scrivere.
Dio solo sa le volte che ho azzeccato una frase, che ho afferrato tangibilmente un concetto innovativo e esaltante, e poi… puff. Il bello si condensa in idee misto musica e mi rinfresca la testa. Ma poi qualcosa lo inghiotte, il bello non ce la fa. Sono i vermi, gli acidi e le arterie che continuano a muoversi. Ma il bello, proprio lui, è esanime nel fondo della scatola.
Mi nonna mi preparava una incantevole torta con marmellata di fichi. Aveva un sapore apparentemente indescrivibile. L’odore liquefaceva all’ingresso delle narici, lasciando al caso l’onore della scelta. Il mio sogno era quello di possedere una riserva di torta anche per quando mia nonna non ci sarebbe più stata. Avrei conservato la sua creazione. Ne avrei tramandato i segreti e la gioia. Sarei riuscito a riportare il suo sorriso sui volti di chiunque ne sagiasse un pezzettino. Ma, ahimè, il vento gelido degli anni se l’è portata via vecchia e tremendamente stanca di preparar torte. Il sapore del bello tace chiuso in una bara.
Mia nonna non era una scrittrice. Ed è per questo che non so scrivere. Non so nemmeno fare la marmellata di fichi. Ma ne ho rubato il sorriso e l’incanto. Ne serbo in grembo sempre una soddisfacente quantità.
Sto invecchiando e sbocciano i tulipani svegliati dal tepore primaverile. Lenzuola e occhiaie a nastro. Zanzare. Come fa uno a scrivere se non lo sa fare?

Siamo in assetto di battaglia. Le pulci mangiano e ci cagano addosso. Ci siamo liberati dalle grinfie del maligno. Ed è qui, nelle sale imbottite di marijuana e alcool che progettiamo la rivoluzione. Amarezza, tanta amarezza. Un liquame che ristagna nell’interno e brilla di morte. Un sottile lembo di seta che lo avvolge supino, bagliori del risveglio. Tania piange e si stringe al suo piumone. Nell’aria un forte conato di fumo. Come possiamo amarci se sono chiuso in un armadio. Come posso dimenticarmi di ciò che è stato e della serpe che è in me. Lampi di un amante che non scorda, e non sa scrivere. Goccioloni di argilla come se stesse per colmarsi tutto questo spazio che vedo all’orizzonte. E se, guarda caso, sia io ciò che ne resta.
Dio li benedica a quelli che la nonna gli ha insegnati a scrivere. Io ho perso la mia forma una manciata di mesi fa. Storpio e ammaccato riuscivo a stento a tenermi diritto. E chi l’avrebbe mai sospettato? Mia nonna avrebbe dovuto avvertirmi in tempo.

C’era un enorme vetrata proprio dietro al letto con travi d’amianto a rinforzarla.
Un grasso involucro.
Le pareti erano bianche e sudate. Un lieve bagliore violaceo sfondava l’oscurità lasciando intravedere la biancheria sporca proprio sotto al sofà. Non guardai mai il soffitto. Amen.
Ricordo appena il suo sorriso, un viso poco delineato ed intermittente. Sporco. La gettai sul letto, le tolsi il vestito ed iniziai a baciarla. Ben presto volsi lo sguardo al di là del vetro, e dietro il riflesso della mia faccia sudicia e alquanto paonazza vidi un coccodrillo. C’erano anche scimmie e ornitorinchi e lupi e fagiani e streptococchi e serpenti. E m p a t i a. C’era il sole fuori, ma dentro la stanza era buio nonostante la vetrata, e rimaneva quel violaceo lume a radiografarci le OSSA.
Lei sembrava non curarsi di niente, non gli importavano i serpenti e nemmeno le mosche che si coagulavano pian piano sui nostri corpi umidi.
Sangue e sperma.
Il mio motore continuava a rombare avulso dal resto, del tutto distaccato dall’apparato cognitivo e, per nulla turbato, martellava come un ariete.
BUM BUM BUM.
D’un tratto un coccodrillo si fece più vicino, e potei guardarlo negli occhi. Potei intuirne l’odio ed il disprezzo, l’invidia e la rabbia.
In quell’istante la scena si impregno di una calma difficilmente descrivibile con le parole, aulica divina irreale bianca placida quieta. Fu in quel momento che riuscii a penetrare nella testa del rettile diaspide ed in quel momento mi vidi bello e nudo ed unto. Petto scolpito, le mani premute sul materasso e le braccia tese. Ogni nervo articolazione e muscolo sinuosamente rigidi e delineati, forme geometriche pure e lievemente rigonfie. Hermes di Prassitele.

Calma.

Poi il coccodrillo spalancò le fauci. Lei continuava ad ansimare ed a goderne. Io galleggiavo e sentivo ogni poro del mio corpo aprirsi ed ingoiare il violastro baluginare.
Le mascelle si chiusero rapidamente sui sostegni d’amianto, poi diede un vigoroso strattone con il collo, e tutta la vetrata venne giù. Anatre, struzzi, lepri, camaleonti, fenicotteri, pastori, giocolieri, aironi, giaguari, cavallette, lucertole ed antilopi iniziarono a riempire la stanza. Le mosche uscirono. Il coccodrillo rimaneva fermo e sanguinante dalle gengive. Io non distolsi lo sguardo dal suo nemmeno per un istante. Lei urlava ancora più forte e contorceva spasmodicamente le membra.
La luce squarciò la calma. I serpenti lentamente riempirono le lenzuola.

Poi aprii gli occhi in una stanza non mia. La bocca marcia

d’alcool e un enorme mal di testa. Nessun animale, esclusi

i moscerini sul groviglio di bottiglie.

Indossai i calzini e

me ne tornai a casa.


Ringrazierò per primo

l’   OLEANDRO

per il suo portamento arbustivo e per i suoi fusti generalmente poco ramificati che partono dalla ceppaia, dapprima eretti, poi arcuati verso l’esterno.

I rami giovani sono verdi e glabri.
I fusti e i rami vecchi sono

BELLI.

Non me ne vogliano MALE

i GINEPRI

dagli arbusti r_a_m_o_s_i

foglie lineari-aghiformi, pungenti, riunite in verticilli.

fiori piccoli,

quelli maschili riuniti in minuscoli amenti ovoidali di colore giallastro,

quelli femminili generalmente isolati o riuniti in piccoli gruppi.

Il frutto è una pseudobacca di colore brunastro chiamata galbulo;

squamosa e pruinosa,

caratteristiche bacche aromatiche di colore blu.

in quanto a noi c’è Carlo che si sente le zanzare PIZZICARE dappertutto

ed io

FINGO

di non essere per niente turbato

e di essere
completamente

LUCIDO


risucchio

10Apr08

soqquadro

30Mar08

aLVeari,

caro amico, non li puoi nascondere.
Non puoi dimenticare
mostarda 

 senza sentirtene in

C O L P A!

brusii
ma non c’è nessuna
FRETTA
di sentirsi
di nuovo 
SPP AAA  RRRR     SSSSS        OOOOOOOOOoOoOoOooo

AMORE mio non ridurti

VERA 

ma fingimi pieno e        b a l u g i n a n t e        *NOVITÀ*.. .  .   .    .

L’albume ce l’hai tutto in

GOLA 

e sarà molto

 mOLtO

MoLT°

  • mOlTo

molto
di f  f   i    c      i        l          e
estrartelo dal 
CULO.
 
pesce
 
 


unoduetrequattrocinquesei