vacanza

15Giu08

É ancora aurora che gira, la sera, chioma di suora che spera, acerba e macigna, come non credevamo avesse mai potuto. Trasparente il viso dentro alla colpa. Vestibolo. Un modello nuovo. Marchiato a fuoco sulla nuca, e poi sulla bocca, e poi nel gusto. Gente che semplicemente decide di sfruttarne a pieno le possibilità, di un corpo, che stirato fino all’orlo brucia le sue ultime poche energie. Poi musica a cannone, nuove aurore, e un bicchiere per rimaner sveglio. Decenni e poi resvegli il tuo membro sudato che spunta diritto dall’ombelico. Lo schiudi e lui ti morde. A mano a mano ci evolviamo, carogne acquatiche del cosmo, poltiglia, involucro. Sdegno è lo stolto che rimane supino, del mondo, e minestra in un acquario sventaglia il suo cimelio. Pianoforti in scatola. Guanciali di legno e spugna. Artrite. Cosce e lenzuola. Il pianista glielo dice “Dicembre è lontano” – amico – “ socchiudi un poco gli occhi e ti sentirai gelare nel vederlo, un puntino rosso all’orizzonte” – figliuolo – “rinchiuso da te stesso nel ricordo.” – Dicembre è pasqua boreale. Benzedrina fusa che si erge dal letargo, vitreo sguardo da lepre. Ombre sfocate, azione, sirene, danza, dita, conchiglie, spuma, antartide. È così forte che non riesco più a fermarmi. Non pensare. Scrivi. Lascia scorrere nella retina le lettere e pigia con rapidità i tasti sul giocattolo. Riempilo di calci. Deridilo, se serve. Ma sbrigati, e non pensare. Sotto la cassa la gente salta. Sotto la cassa c’è gente che è veleno. Sotto la cassa l’impianto affonda. Sotto la cassa l’amore muore.



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