1. OCEANO DI TRISTEZZA
2. MI SVEGLIO CONTENTO
3. COME è NATO IL CONCETTO DI BATTAGLIA
4. HO LE MANI PIENE DI DITA
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[01] mi sveglio contento
[02] ho fatto bene a curarmi
[03] oceano di tristezza
[04] come è nato il concerto di battaglia
[05] la malattia che non ti fa riconoscere i volti della gente
[06] ho le mani piene di dita
[07] ora nel disordine
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Scie nell’aria. Le guardi e te le mangi.
Le guardi e sei migliore.
Poi gli uccelli le distruggono con la loro pretesa di sentirsi più liberi, con l’astio tra i denti, e la lingua detergente.
Maniere ostili ma leggere, gulag.
In un mondo migliore le 7:00 arriveranno sempre più tardi, e il sole coi suoi figli e le puttane, sorgerebbe al mio risveglio, accompagnandomi nel mondo come un ubriaco accompagna tutto ciò che gli è rimasto.
Il percorso lavatrice sterile, per il momento lo deglutisco, ma non ricordarmi mai il tuo nome…
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vacanza
É ancora aurora che gira, la sera, chioma di suora che spera, acerba e macigna, come non credevamo avesse mai potuto. Trasparente il viso dentro alla colpa. Vestibolo. Un modello nuovo. Marchiato a fuoco sulla nuca, e poi sulla bocca, e poi nel gusto. Gente che semplicemente decide di sfruttarne a pieno le possibilità, di un corpo, che stirato fino all’orlo brucia le sue ultime poche energie. Poi musica a cannone, nuove aurore, e un bicchiere per rimaner sveglio. Decenni e poi resvegli il tuo membro sudato che spunta diritto dall’ombelico. Lo schiudi e lui ti morde. A mano a mano ci evolviamo, carogne acquatiche del cosmo, poltiglia, involucro. Sdegno è lo stolto che rimane supino, del mondo, e minestra in un acquario sventaglia il suo cimelio. Pianoforti in scatola. Guanciali di legno e spugna. Artrite. Cosce e lenzuola. Il pianista glielo dice “Dicembre è lontano” – amico – “ socchiudi un poco gli occhi e ti sentirai gelare nel vederlo, un puntino rosso all’orizzonte” – figliuolo – “rinchiuso da te stesso nel ricordo.” – Dicembre è pasqua boreale. Benzedrina fusa che si erge dal letargo, vitreo sguardo da lepre. Ombre sfocate, azione, sirene, danza, dita, conchiglie, spuma, antartide. È così forte che non riesco più a fermarmi. Non pensare. Scrivi. Lascia scorrere nella retina le lettere e pigia con rapidità i tasti sul giocattolo. Riempilo di calci. Deridilo, se serve. Ma sbrigati, e non pensare. Sotto la cassa la gente salta. Sotto la cassa c’è gente che è veleno. Sotto la cassa l’impianto affonda. Sotto la cassa l’amore muore.
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se c’è qualcuno che è in ascolto, mi dia ragione.
se qualcun’altro si ricorda di me, mi dica che cosa ero.
se proprio te, ora, ti chiedi come sia stato possibile, trova la risposta, perchè ne ho ancora bisogno.
se poi, alla fine, uno va a vivere a Treviso e non torna più, non c’è colpa.
se tutto questo spazio, d’un tratto, si riempisse di nuovo, bè, magari mi troverei a mio agio.
se le immagini i demoni gli insetti le croste l’urina e il sangue svanissero, d’incanto, come fiocchi di fuoco, incandescente e ruvido, che eplodono divini proprio a un passo dal principio.
se mai trovassi posto, mi accontenterei, anche e non solo, di parole dolci come la seta e soffici di miele. al buio, sussurrate leggere e, calde.
se questo è respirare, vi consiglio di fare delle enormi boccate, di far penetrare tutto ciò che non uccide e, segretamente, rubarlo.
se dio lo sa, che se lo tenga pure nello stomaco come una serpe che, velenosa, lacera dilania squarta e macera le budella.
se avessi capito, di certo, non starei qui a scriverlo.
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.S .p .l .a .S .h .h
.la testa frana sopra lo specchio, il bordò del rossetto mi lustra le scarpe. la spingo tenendo teso il braccio comprimendola con forza. il suo pianto coagula tra le crepe che iniziano a formarsi. Lo specchio cede. I mille frammenti gli si scagliano sul volto, mordendo e tagliando. Vetro e sangue. Mi asciugo il sudore dalla fronte e guardo le mie mani.
Sanno di bianco.
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Liturgia
La prima cosa non regge alchool, perchè non puoi dirmi che c’è un altro modo per vivere che bere. E te non puoi andartene perchè dopo il primo ti gira la testa. Il gusto di sentirselo scivolare in gola, e poi, fluido, sparire.
La prima cosa non regge alchool, la seconda è la carne sul fuoco, il gas al massimo. Assasino e carnefice di ogni specie. 3:20 ed un buco nello stomaco che grida sazietà. Un enorme vuoto che stenta a colmarsi, un passaggio per chi, ancora inconsapevole dei rischi, si spinge fin dentro la pancia.
La prima cosa non regge alchool, la seconda la carne, la terza è paranoia. La paranoia che non ti degna di uno sguardo. La paranoia che l’assale quando te vorresti solo un sospiro dietro al collo, che ti scaldi. La notte. E non esistono donne che, geometricamente, relazionino la condizione ascetica del sentirsi, temporaneamente, vuoto con l’esecrabile bisogno di calma e leggerezza che, incosciamente, ne deriva.
La prima cosa non regge alchool, la seconda la carne, la terza è paranoia, la quarta un altare, in legno, intarziato di diamanti. Un posto per tutti e, badate bene, da non sottovalutare. Un posto nuovo e pulito, un percorso delicato e estenuante che, se intrapreso, va portato fino in fondo. Ma qui non si vede un uscita, e c’è sempre quell’altare a ricordare che, dovunque vada, mi sarà sempre al mio fianco. Spina e detrito di preghiere che, lentamente chiudendosi su se stesse, rivendicano passato.
La prima cosa non regge alchool, la seconda la carne, la terza è paranoia, la quarta un altare, la quinta il sorriso, al culmine dell’ebbrezza. La vedi danzare, come, davvero, non hai visto mai. Che tutte le stelle potrebbero, d’un tratto sparire. Che tutte le strade ti attraversano ed una mano pesca sul fondo della scatola il caso che scioglierà l’enigma. Danza, e, direi molto bene. Danza sul pianto e sui peccati che, avidamente, si serba in grembo. Danza, ed io sorrido del desiderio che ho nel guardarla delineare con le gambe delle forme a me così note, eppure, del tutto, inarrivabili.
La prima cosa non regge alchool, la seconda la carne, la terza è paranoia, la quarta un altare, la quinta il sorriso, la sesta la sento arrivare, sulla schiena, nella pelle. La sento divincolarsi tra nervi legamenti e gengive. La sento esplodere di gioia e poi, distintamente, rannicchiarsi in un angolo. Arterie cicatrici e muffa. Come si fa quando ti arriva tutta in gola? Ti si chiude lo sterno, ti si gela il respiro. Un albume nero pieno d’odio sul bordo del precipizio pronto, non senza timore, a gettarsi nell’infinito. Ventre sterile del mondo. Brividi lungo braccia addome gambe e torace. Lividi antalgici a protezione di un apparato che non ne voul sapere niente di più. Catrame cioccolato e latta.
La prima cosa non regge alchool, la seconda la carne, la terza è paranoia, la quarta un altare, la quinta il sorriso, la sesta la sento arrivare, la settima corre, così veloce che a stento riesci a seguirla. Vorresti prenderla ed, immobili, infilarsi sotto le lenzuola. In silenzio. Senza pretese di amori o sentimenti. Solo inerti pedine schiacciate dal peso dell’istabilità. Un mare di parole celate nel cervello. Involucro trasparente di illusioni speranze e mosche. Prenditi pure tutto quello che ho da darti, di più, ti giuro, non ho. Sono i vili gli assetati e i vagabondi che ci riescono. I belli muoiono tra gli acidi, nelle fogne, mentre i brutti giocano a carte sulle rive del lago. Corrono, i belli, corrono verso i brutti che, fermi, si prendono donne e sapori, rubano segreti e novità, mentre i belli contorcendosi finiscono unti sul lastrico.
La prima cosa non regge alchool, la seconda la carne, la terza è paranoia, la quarta un altare, la quinta il sorriso, la sesta la sento arrivare, la settima corre, l’ottava l’accendo, e
sereno,
mi addormento.
[dedicata ad Alessandro Baricco]
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